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Espettorare è un po' morire: una
critica
Cough! Cough!
Preparatevi: in questo film si alternano colpi di tosse, colpi di scena,
coup de foudre e coup de foisgras. Il sapiente uso
dell'obbiettivo sin dalle prime sequenze, preannuncia una catastrofe
incombente che accompagna lo spettatore lungo i sublimi cinquantasette
minuti di questa opera prima. Gli autori
sublimano le proprie nefandezze in una vera e propria catarsi del catarro,
riempendo il catino di laceranti questioni che guidano lo spettatore
smarrito come una pecorella innocente, immolata sul sentiero delle buone
intenzioni che come si sa lastricano la strada più diretta per l'inferno,
dantesco brodo primordiale, tedesco gioco delle parti alla Morra e Minchia
, famosa sitcom in cui Robin
Williams, sceso dallo spazio celeste incapsulato in un enorme condom,
giunge in un condominio, ove incontra Minchia. Cough! Cough!
L'eterno effemminato interpretato dall'Espettore
, contrapposto all'eterno femmineo,
che incombe nel personaggio della madre del giovane aiutante. Cough! Cough! La teatralità
ricorda Katzelmacher
di Fassbinder: il parossismo
delle scene statiche fa rischiare una parotite allo spettatore distratto.
Uber alles! E' richiesta profonda attenzione per seguire l'intreccio
puberale di corpi putrebondi che in realtà neppure si sfiorano sfidando le
leggi della gravità e del buon senso. In effetti
la mancanza di raziocinio che si riscontra nel vaticinio finale è
spiegabile ricollegandosi alla teoria numerologica di Greenaway
: due più due non fa
necessariamente quattro. Manglavite e di Grazia arringano l'uditorio
con la trovata dell'aringa: un simbolo, un'icona della travolgente,
assurda solitudine che attanaglia le periferie urbane e interurbane, senza
supplemento di fascia oraria. Gli autori ci fanno
anche da autisti liberandoci dall'autismo che ci opprime osservando il
personaggio di Ramba Grullit, colei che esce dalla sua avvilente
costrizione a condizione di avvilupparci con le inchieste di Cronaca
Vera, unico caso di snuff
review
nel panorama editoriale italiano. L'uso ossessivo del bianco e
nero, così umorale in un'epoca così amorale, la scelta di non impiegare la
steady-cam per non umiliare il corpo del salariato operatore
cinematografico, si dimostrano atout vincenti nell'orgia ieratica
delle majors
ollivudiane. Immacolata
Concezione (magistralmente interpretata da una Giovanna Mariani in stato
di grazia, ma non in stato interessante) oscilla come un pendolo di
Foucault tra verecondia e pazzia, bulimia sessuale e anoressia mistica, al
pari de Marcelino
pan y vino di Ladislao Vajda, rigirato in gran
segreto da Bunuel geloso del travolgente successo in una cantina
sconsacrata. Con la boutade dei primi piani su facce butterate, i due
registi rimandano alla platea che sta vivendo la sua fase di
plateau
l'odore mefitico delle ascelle dei butteri delle Murge. Il
bla bla plateale delle oblazioni copre il rumore di fondo delle abluzioni
mentali, che accompagnano tutta la seconda parte del film. La pellicola, anzi la
pelicula, come direbbe Borges, scorre con una
leggiadria lattescente anticipando la senescenza meyeriana dell'ultimo
degli immortali gauchos
(e qui torna ossessivo Borges) della
regia. Cough! Cough! Echi di cronaca nera in uno
dei messaggi più subliminali del film, risultato ottenuto senza sublimare
l'alea di subnormalità che pervade il cinema della nouvelle vague
mitteleuropea. Il rimando alla legge Merlin assume una
funzione non già meramente estetica e moralizzatrice delle masse ma
diviene il coagulo di una politica sociale in fieri tra le fiere
dello zoo di Berlino
di
tossicologica memoria. Le battute liberatorie del giovane Chinino
(personaggio questo al quale Manglavite riesce a conferire un afflato
poetico fuori dal comune, alla periferia del cinismo più bieco ed abusato)
ci riportano ex Devoto-Oli alla pinguedine luddista "...Prima fase del
movimento operaio britannico caratterizzato da reazioni violente contro
l'introduzione delle macchine e la conseguente disoccupazione". Se l'espettore Derrico ricalca le orme del padronato
più reazionario, Chinino, come Ned
Ludd
(che nel 1779 fece a pezzi per protesta un telaio
nella fabbrica dove lavorava), getta il suo ludibrio peccaminoso
ludicamente agendo da sovvertitore emotivo, armato del suo piede di porco
sintattico che mai stona nell'insieme ombelicale del gemito intestino che
riunisce l'essere supremo. Pronti, via! Lo spettatore è da
subito introiettato nel mesto sciacquio bergmaniano del rubinetto
gocciolante: anche al più sprovveduto degli astanti appare chiaro il
sillogismo che vuole la bestialità dello scrittore protagonista sulla
scena (a proposito, uomo davvero serpigno in tutto il
suo essere!) sicuramente analoga a quella del francese robin
, nome dato popolarmente ai montoni, perché le
chiavette del rubinetto, in passato, avevano spesso la forma di una testa
di montone, come una torma munifica di vacche sacre. Quasi a
sottolineare la tematica sociale già toccata con l'aperta assoluzione
del meretricio come atto di riscatto morale e fisico, gli autori
promulgano una condanna (seppur con riserva, Chianti 1988) dell'alcolismo
e della progressiva alcolizzazione dell'intero consesso
planetario. Unica nota di demerito la recalcitrante recitazione
di Lontra Angiolini: balbetta, s'incespica, s'affanna, angoscia gli
spettatori colle sue infinite cesure, anche se le sapienti cesoie del
montatore mascherano in parte le mancanze recitative della nostra. Appare
evidente una palese scopofobia dell'interprete, vera e unica
squacquera in un cast dove la merda, protagonista assoluta, è sempre dura
come un menhir. Del resto, l'origine primigenia del termine
diarrea dal greco diarrhoia derivato di
diarrhéo, che significa scorro attraverso, ci riconduce
a pantarei, cioè al significato del divenire
cosmico. Chiosa finale: chi osa parlare male di quest'opera prima? Solo
qualche critico leguleio con il dente avvelenato da un legume avariato
potrà leggiucchiare tra le righe di questo sapiente intreccio filmico,
putacaso paragonato al capolavoro della puzsta Satantango di
Béla Tarr, una neopovertà
registica contrapposta ai reggenti di questo neorealismo plutocratico da
reggicalze, con richiami alla Lola di Fassbinder
, colmo di un gusto cinefilo da sala d'essai d'altri tempi.
Da vedere.

Rospo Cinghio,
critico cinematografico olandese da anni residente in Italia, dedica da
tempo molta attenzione alle opere della Trash-O-Matik, meritando a
pieno titolo l'ostracismo che la critica tutta gli ha pervicacemente
riservato per questa sua scelta suicida.

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